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Parole a fette - Nomi e soprannomi dei salumi italiani,
di Giovanni Ballarini, Aprile 2001 - TLC Editrice, Colorno, Parma
e-m: colornese@rsadvnet.it
Pag. 176 - Lire 20.000
Il primo passo della saggezza sta nel dare alle cose il
loro giusto nome; conoscere l’origine delle denominazioni nei cibi aiuta
anche a trasformare l’alimentazione in quel fenomeno culturale che
distingue l’uomo dagli animali.
Tutto evolve e cambia, anche per i cibi a nomi antichi
vengono assegnati contenuti nuovi. Tutto questo è particolarmente vero per
alimenti profondamente culturali come sono i salumi che in Italia hanno
radici e una storia plurimillenaria. Per alcuni l’origine non è chiara a
tutti anche se è la conseguenza di una lunga storia, a volte di una
preistoria con inaspettate sorprese che l’autore costruisce con arguzia in
questo libro. Bondiola, mariola, culatello, bresaola diventano soggetti di
particolare attenzione, ma tutte le denominazioni sono protagoniste: quelle
ufficiali, quelle di fantasia, quelle tecnologiche, anatomiche,
toponomastiche. Non manca la ripresa del lessico latino e glossario
internazionale degli insaccati dalla nostra "Una festa del maiale alla
soglia del 2000, nelle campagne del territorio milanese", la "cassoeula
di San Galdino", e altri classici sull’elogio del maiale (I tanti
nomi del maiale, maialata, elogio, testamento del maiale).
Un libro divertente e curioso, scritto sempre col garbo e
la precisione dell’informazione di Giovanni Ballarini, che diventa una
banca dati da consultare in occasione di classiche dispute di origini e
denominazioni delle infinite versioni dei nostri modi di individuare parole
che rappresentano questo cibo... che si è evoluto tanto nella storia dell’alimentazione
dell’uomo europeo, italiano, padano nel tempo.
Chi mai si era reso conto che per "salame" in
un tempo non molto lontano s’intendeva il pesce salato? Per questo, una
persona non troppo intelligente e quasi imbalsamata, ancor oggi è definita
un salame o un baccalà...
Di tutte queste curiosità e spiegazioni Ballarini è
maestro divulgatore, non per nulla, cattedratico!
Grazie di averci menzionato in questo saggio di
etimologia... e di averci messo a portata di mano una lettura utile e
divertente...
ELS
Salama da sugo - Mito e realtà di una tradizione
ferrarese, di Romano Guzzinati, a cura della Delegazione di Ferrara
della AIC - Febbraio 2001
Mi e’ pervenuto con un biglietto di accompagnamento da
parte del segretario di Ferrara, Michele Bonino, con cui avevamo avuto
occasione di scambi di interesse. Per i pochi appassionati è un pilastro di
divertimento gastronomico alla ricostruzione dei tesori del mangiarbere.
Complimenti. Ne parliamo diffusamente nel capitolo che
segue e che integra con qualche notizia da altre fonti la storia raccontata
da Guzzinati fino al deposito della ricetta di riferimento dal notaio in
Ferrara, il 15.02.2001.
Salama da sugo o salamina
Da Davide Paolini, Sole 24 ore del 14.01.2001
Paolini... la chiama "tintoretto"... in
"maiali si nasce, salami si diventa..."
Tintoretto è il figlio minore della salama
prodotto da un piccolo artigiano (saluminificio Galliera) di Santa Bianca di
Bondeno, insaccato nel budello di maiale dei salami... o "salama
apocrifa"...
La vera salama...
L’inventore della ricetta originale sembra essere
Cristoforo Messisbugo, scalco della corte estense.
La salama trova i suoi pochi artigiani oltre che a
Ferrara città nei comuni di Portomaggiore, Cento, Bondeno, Poggio Renatico,
Vigarano Mainarda, Masi Tosello, Argenta, Ostellato...
Cosa contiene il giacimento goloso vestito di vescica di
suino?
Come per molti salumi il mix può variare: ognuno dei
pochi produttori ha la sua ricetta segreta, ma generalmente gli ingredienti
sono costituiti da coppa di collo e da pancetta di maiale, cui vengono
aggiunti la gola, fegato e lingua, il tutto tritato e conciato con spezie,
sale, pepe e vino rosso, quindi lungamente stagionato (da 6 a punte di 12
mesi), dopo avere legato la salama (in genere in otto spicchi) e
averla asciugata per qualche giorno.
Il suo sapore una volta cotta e aperta, tagliandola dalla
sommità, servita con il cucchiaio, è pieno, molto sapido, con un aroma che
resta a lungo in bocca.
... i conoscitori, con il cucchiaio, corrono a cercare il
sugo appunto depositato in fondo all’insaccato...
... servita con purea di patate, o di zucca o con
polenta...
... subisce cotture variabili dalle tre ore e mezza alle
otto ore, appesa a un bastone sena toccare fondo o pareti...con un rito che
comincia con un bagno molto lungo...
Da Severino Sani, Ferrara, giugno 2001
Il segretario della delegazione Michele Bonino mi manda
una copia del libro di Romano Guzzinati: "La salama da sugo: mito o
realtà di una tradizione ferrarese". A cura dell’Accademia, è
stampato dopo il deposito presso il notaio Francesco Cristofori di Ferrara
del protocollo di denominazione della salama o salamina il 15 febbraio
2001...
Il confronto tra le tre edizioni dal Messisbugo al
Consorzio di Ferrara è sintetizzato in una chiara tabella che riproduco e a
cui aggiungerò quella dell’Agnoletti e quella della mia sperimentazione
fuori terriitorio, a Corteno Golgi, col solito Battista.
Tintoretto del Battista, macellaio (non errante) del
nord...
Osservazioni sulla salamina da circa 1 kg della 4a prova
(in 4 anni) di confezione e stagionatura (del dicembre 2000).
Non spazzolata dalle muffe. Dissalatura standard: 24 ore
in acqua a filo corrente. Luogo della esecuzione: Cannes.
Bollitura: in pesciera, avvolta in lino, 4 ore alla
notte, ripresa 1 ora al mattino e ancora 40 minuti a mezzogiorno. Durante la
cottura la quantità di grassi fuoriuscita è stata moderata...
Impasto dopo cotto, dopo 65 mesi di stagionatura:
morbido, di colore rosa violaceo.
Mostosità al palato: buona
Profumi: modesti alla cottura, buoni al palato.
Sapori: ottimi, aromi avvincenti per il gusto di amici
francesi e di spagnoli. Io vorrei un vino ancora più aromatico...
Equilibrato il rapporto con la dolcezza... Equilibrato il rapporto con la
salinità... Il succo resta intorno al grano del macinato... Ottimo l’equilibrio
con la patata calda, come la salamina... appena scoperta dalla sua pelle...
Direi un sugo naturale, ma "non potente", ma
"gentile"...
Scrivo a Severino, da Cannes, 15 giugno 2001
...Aggiungo anche una parte riguardante la salama da
sugo...
Grazie! Siamo in sintonia su tutta la linea. Ho letto e
ricevuto il libro sulla "salamina"... e ho portato a Cannes il
primo assaggio (solo sei mesi di invecchiamento) della 4 esperienza della
salamina di montagna...
Grazie del libro e complimenti per la
"omologazione" ufficiale... Solo 5% di lingua e fegato? per
ragioni di "gusto" o di "invecchiamento'"?
Devo ancora una volta convenire che il mio Battista
macellaio a Corteno Golgi ha ragione di temere che il fegato sia la parte
più delicata per un sano invecchiamento...
Ciao, Enzo
Mi spiace. Ognuno si tiene i suoi segreti, non riceverò
commento...
Background information
Salama da sugo (ricerchina dai quaderni dell'accademia)
Insaccato ferrarese di antica origine, a base di carne di
maiale insaporito con spezie e vino vecchio. Come farla?
Insaccare nella vescica del maiale un impasto di carne
suina scelta e macinata in modo più o meno fine, compreso un poco di fegato
e lingua, vino rosso invecchiato, sale, pepe nero, noce moscata, cannella,
chiodi di garofano, sale. Questa la ricetta base, ma ogni artigiano ha la
sua.
Inizio del divertimento, quasi cinque anni fa. Mi
piacerebbe provare con una concia meno rinascimentale, come quella del
Battista con rosmarino, salvia, lauro, ginepro macinato e salato...
A mio avviso è importante che sia macinata fine la carne
e che l'infusione sia fatta bene, per ogni tipo di carne da usare. Se ci
fosse anche un pochino di cotechino o di guanciale ben macinato (e un
pochino di sanguinaccio?) del Battista, in aggiunta, potrebbe andare molto
bene. Importante un buon vino vecchio, come uno della Valtellina.
Le proporzioni degli ingredienti variano a seconda
dell'artigiano che le crea.
La salama va invecchiata in ambiente adatto per almeno
cinque mesi: secca e si asciuga, poi si può conservare in ambiente poco
umido, freddo.
Per cucinarla, mettere la salama per un giorno in
contatto con un tovagliolo ben impregnato di acqua, per riprendere il
proprio umore rigonfiando e perdere in parte il sale.
Con un pennello morbido pulirla dalle incrostazioni e
dalle muffe, con prudenza e delicatezza.
Fare qualche forellino con un ago nella vescica,
avvolgerla in un tovagliolo e appenderla affinché non tocchi, sobbalzando,
il fondo e i fianchi della pentola durante la cottura. Portare l'acqua,
senza sale, molto lentamente all'ebollizione (piano, piano, ci vuole poco
più di mezzora) e mantenere la sobbollitura, lentissima, per 4 ore ogni
chilo di salama. Una salama, in genere, pesa 1,2 kg e cuoce bene in 5 ore. A
cottura ultimata, tagliare la parte superiore della vescica e con un
cucchiaio prelevare il ripieno, ricuperando tutti i succhi!
Con parte dell'acqua di cottura, profumate e aromatiche,
potrete anche sobbollire le lenticchie.
Oltre che con lenticchie si accompagna bene con purea di
patate o un buon crostino di pane ferrarese.
Salami da sugo ad uso di Ferrara (Vincenzo Agnoletti,
1834) - Pag 155, Tomo I
Si prende della carne di maiale parte della gola, e parte
tra la testa e il collo, e ben nettata dalle pelli e nervi si pesa, e per
ogni 25 libbre di carne vi si metta sei once di sale, indi si triti assai
fina, e si condisca con un oncia di pepe pesto, garofani pesti un ottavo di
oncia, due noci moscate, e mezza oncia di cannella fina; vi si uniscono
quattro fogliette di buon vino, due libbre di lingua di maiale mezza cotta
tagliata in piccole strisce, e due libbre di lardo tagliato in dadini, e si
lasci il tutto bene incorporare per ventiquattro ore, mescolando la
composizione più volte in questo intervallo di tempo, indi se ne riempiono
i grossi budelli, si legano a più riprese e si fanno asciugare in stufa o
sotto il camino.
Allorché si vogliono mangiare si pongono in ammollo
nell'acqua, e si tengono in tiepido per quattro ore, poi si pongono a
cuocere con acqua fredda, e si fanno bollire per circa tre ore e più, indi
si servono caldi ...
Impostazione.
Unità di misura:
Libbra (viennese) : 16 once, circa 560 grammi
Oncia (viennese) : circa 35 grammi
Libbra italiana : 12 once, 336 grammi
Oncia italiana : 28 grammi
Foglietta: unità di volume di vino ... cercare quanto è
...
Per quanto riguarda la salatura, dovrebbe andare bene
circa 20 g per kg di carne, con l'oncia storica italiana. Il calcolo del
sale va riferito alla sola "carne" e non alla lingua, ecc., come
dice l'Agnoletti
Ingredienti per 8 salame da sugo:
Gola, guanciale, nettata e pulita : 8400 g
Sale 170 g
Pepe pestato 28 g
Garofano pestato 3 g
Due noci moscate grattate
Cannella pestata fine 14 g
Vino rosso 250 g (circa ...)
Lingua di maiale cotta 60 g
Lardo 60 g
Confronto tra il Chendi (1775) e l'Agnoletti (1834) e il
deposito notarile della Accademia :
|
Carni |
Salama alla ferrarese di Agnoletti |
Salame da succo e di carne del Chendi |
Capitolato del Consorzio di Ferrara |
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Carne di maiale |
8,400 kg di carne di porco di gola, e tra la testa e
collo |
8,628 kg di carne di porco ben grassa
|
Tutti i tagli del suino che pesi > 160 kg (salvo:
lombo, sfilature delle gambe e di testa) con grasso aggiunto (pancetta o
gola) non superiore al 50% |
|
Fegato |
Solo lingua: 60 g cotta su 8 kg di carne - Aggiunto
fegato nella 4a edizione del Battista) |
Ca. 30 g per kg, pestatissimo, quasi in acqua ( ca 250
g) |
Sì, con la lingua per un peso non superiore a 50 g
per kg (ca 500 g) |
|
Cotiche |
Lardo con cotiche a dadini: 60 g su 8 kg di carne |
Ca. 100 g per kg, pestatissime, quasi in acqua ( ca
850 g) |
Assolutamente vietate. Vedi sopra per il grasso
aggiunto |
|
Cuore |
? |
No |
Vietato |
|
Milza |
? |
No |
Vietato |
|
Animelle |
? |
No |
Vietato |
|
Rete |
? |
No |
Vietato |
|
Sale |
170 g su 8 kg di carne |
Ca 35 g per kg (ca 250 g) |
Ca 28 g per kg (ca 220 g) |
|
Pepe |
28 g su 8 kg di carne |
Ca 3,5 g per kg (ca 25 g) |
3 g per kg (ca 25 g) |
|
Chiodi di garofano |
3 g per Kg (ca 25 g) |
ca. 5 g per kg (ca 41 g) |
Sì, quanto basta per un aroma |
|
Noce moscata |
2 noci su 8 kg di carne |
mezza noce su 8 kg di carne |
Sì, quanto basta per un aroma |
|
Cannella |
14 g su 8 kg di carne |
3 g per kg ( ca 25 g) |
No |
|
Vino rosso |
250 g su 8 kg di carne |
1/2 bicchiere per kg (ca 500 g) |
ca 1 bicchiere per kg (ca 1 l) |
|
Contenitore |
budello spesso |
vescica di porco o gozzo di pavone |
vescica di porco |
|
Legatura |
non descritta |
non descritta |
In otto spicchi |
Milano tutta da gustare
"Milano tutta da gustare", di Paolo Marchi,
edizione 2001, guida ai ristoranti della Grande Milano.
11.06, Milano, via Torino, ang. via della Palla, Forum
FNAC:
presentazione del volume
Per contatti: carlovischi@noicom.net o edizioniilgusto@libero.it
Paolo Marchi, che cura settimanalmente la pagina
"Affari di gola" su Il Giornale, e’ anche amante della cucina
etnica. E’ buona in particolare quella che gli piace.
Come il nostro f.f. di segretario, Marco Almerigogna, è
appassionato di ogni buona cucina e avendo avuto modo di lavorare e
soggiornare all’estero ed essendo un curioso visitatore del mondo, cerca
di accumulare esperienze approfondendo un tema alla volta.
Paolo Marchi è anche stimato redattore sportivo e il suo
modo di comunicare è diretto, mira a fare centro, senza elemosinare giudizi
sospensivi. O si fa gol o si attende che maturino. Le chicche italiane non
si discutono comunque. Si esprime il proprio gradimento, come sui vini.
Gli abbiamo espresso ufficialmente i nostri complimenti e
fatto i più sinceri auguri di divulgazione di tanti luoghi poco comuni e
poco noti, tra cui anche le pizzerie, passate al setaccio nella Guida.
Il nostro Marco, che trova una personale sintonia con
Paolo, dopo l’approfondimento dei grandi tesori d’Italia e di Francia, e’
passato alla ricerca di episodi di cucina indiana. Paolo ha fato lo stesso a
proposito della cucina di cui non si interessa nessuno: appunto quella
etnica, che sia rappresentativa di una realtà gastronomica che faccia gol,
cioé che onestamente gli piaccia.
Milano gliene da l’occasione e ne testimonia fatti e
presenze nella sua Guida; Marco sul web, in <www.oliopepesale.com>, ha
iniziato a toccare le cucine etniche, tra cui, in particolare quela indiana.
Ma anche organizzando un fuori campo per la delegazione.
Conviviale atipica, fuori quota, al Circolo Indiano
gestito da Avinash Ganesh.
Lo scenario gastronomico del circolo indiano è noto per
avere ospitato anni fa una mostra fotografica (Angelo) e di poesie (Nico)
dedicata all’India dall’amico, allora accademico, Angelo Tondini. Stesso
caldo, il doppio di persone, stessa parsimonia di quantità gastronomiche,
una dieta all’indiana che tiene magro e pimpante Avinash. Come del resto
magri e pimpanti sono gli amanti della cucina indiana Marco e Rossana,
organizzatori della serata di ricerca...
Per la nostra Delegazione un incontro con la gastronomia
indiana aveva avuto luogo nel 1993, con larga presenza di ospiti: il
presidente del circolo del peperoncino di Bologna, quindi Vincenzo
Buonassisi, Piombi, e alcune decine di accademici. Aveva organizzato un
nostro accademico con moglie indiana. Al Ganesh l’esperto, oltre agli
Almerigogna, era Ulisse Vivarelli, onnipresente maremmano conoscitore e
curioso ricercatore di mille pietanze del mondo e con vivaci ricordi delle
usanze del territorio di Bombay, quello che gli indiani chiamano territorio
di tutti e di nessuno... Non è vero, perché con gli interventi di Ulisse
abbiamo per lo meno avuto una statistica non di parte sul costume a tavola
nelle case di persone più o meno della nostra classe/categoria sociale...
curiosità che i Ganesh non riuscivano a soddisfare...
Marco ha impostato la serata come una cena in una casa
privata, non al ristorante, in quanto il Circolo è un circolo culturale...
di cui riceveremo tessera con permesso di frequentazione.
Avremmo dedotto dalla conversazione che in casa la tavola
viene imbandita contemporaneamente con tutte le vivande che compongono il
pranzo o la cena e ciascuno è libero di comporre il suo particolare menu. E’
quasi l’antica imbandigione di tavola in Europa, fino alla adozione del
servizio alla russa. Il costume è tipico anche della tradizione di famiglia
in Corea.
Una seduta a tavola per una cerimonia o una festa
particolare comporta una serie di piatti che non mancherà mai, spiega
Ulisse, a Bombay: yogurth come se fosse oliopepesale, dahl
di legumi (minestre), pani, una pietanza di carne o di pesce
(per i non vegetariani, sottolinea Ganesh), salse varie piuttosto
speziate; spesso anche uova e verdure, raramente un dessert
, ma solo al momento del dessert. Una donna si cura di tenere a tavola le
quantità per soddisfare, con molta calma, l’appetito dei commensali.
Avendo personalmente solo calpestato le aree degli
aeroporti di Bombay e di Karachi, senza attraversamento di dogana, non posso
fare altro che riguardare "La Cucina Orientale", di Fanny
Formento, ed. Feltrinelli 1968 con presentazione di Veronelli sulla
"cucina d’oriente per avere sin dalla prima pagina, e non dico poi a
tavola, anche in giornate tristi, esplosioni solari...".
Sono sempre in attesa del... miracolo solare, ma penso
che debba essere ricercato in loco, nel vastissimo subcontinente. Dall’opera
citata vale la pena di riprendere:
"La cucina indiana, a differenza di quella cinese e
giapponese, non è rigorosa nel dosaggio degli ingredienti e nella
presentazione dei piatti e lascia maggiore campo all’intuito e all’iniziativa
di chi cucina...
Nella cucina indiana le diverse pietanze vengono servite
in tavola contemporaneamente, accompagnate dal riso. I commensali si servono
di mano in mano dei "sambal" a base di peperoncino rosso,
che hanno il ruolo dei nostri antipasti, dei "curry", dei
"molee", paragonabili a cibi in salse piccanti a base di
besciamella, dei "foogath" di verdure, dei "vindaloo"
per lo più di maiale, di oca o di anitra, dei "kabab" o
arrosti in salsa piccante, dei "pilaf" che sono saporite
combinazioni di riso con carni, pesci o verdure e dei "biriani",
o combinazioni di "curry" con "pilaf", per
finire con dessert delicati e originali..."
Nessuna contraddizione con quanto abbiamo appreso anche
da Ganesh; quanto alla reperibilità degli ingredienti a Milano, i Ganesh
testimoniano che i più difficili sono le farine (tantissime tipologie) per
i vari tipi di pane; le foglie fresche di "curry" (è la Chalcas
koenigii, quelle surgelate o secche perdono buona parte dei pregi);
alcuni tipi di verdure, ad esempio certe zucchine o certe altre tipologie di
vegetali...
Interessanti e tipiche le procedure, le farine, le
ricette di cottura dei vari tipi di pane. Tipico il "clay oven",
forno in terracotta usato sia per alcuni tipi di pane che per gli spiedini
di pollo.
Di fatto ogni pietanza ha un insieme di sapori complessi,
mai veri e puri, sempre modificati, in genere molto spezziati: anche un uovo
bollito lo diventa, per ragioni antiche, di conservazione, disinfezione e di
rinfresco... Tra le spezie il "curry" merita un romanzo a parte,
ma bisogna ricordare che si cucina "un curry di..." ad esempio
pollo, cioè un umido speziato di... pollo!
Ulisse mi appunta tra le sue note: foglia di betel,
noce di cola, foglia di argento... Chicche sono e chicche
restano, sempre misteriosamente sconosciute ai miei sensori!
Marco nella descrizione delle pietanze aveva messo in
evidenza la composizione del menu:
*
Masala wadal (frittelle di lenticchie spezziate)
Murgh tikka (bocconcini di pollo disossati, marinati
in yogurt e spezie e cotti al forno)
con salse diverse
*
Basmati chawal (riso Basmati)
Gujarati dal (passato di lenticchie, ricetta
del Gujarat)
Papadams (sfoglie croccanti di farina di lenticchie
aromatizzate)
Raltha (salsa di yogurt con verdure fresche)
Aloo phool-gobi (patate e cavolfiori)
*
Shahi murgh (pollo reale in salsa delicata a base di
anacardi, frutta secca e fresca)
Dashi badwal (zucchine o okra o ladies fingers
cucinate con yogurt e speziz)
Chapati (pane alla piastra servito caldo, da usare a
mo’ di forchetta per portare alla bocca i bocconcini)
Aloo methi (patate aromatizzate con fieno greco)
Puri (pane fritto)
*
Gulab jamun (impasto dolce passato in burro
purificato - Gheee - e macerate in sciroppo di zucchero aromatizzato
con cardamomo)
Kulfi (gelato indiano artigianale di pistacchio)
Tè indiano (nero, cotto con latte, zucchero e spezie)
Guida dell’Accademia
Le varianti in gestazione per il 2002
Nuovi inserimenti:
Milano:
- Ape Piera, TTT, LLLL
- Don Carlos, del Grand Hôtel et de Milan, TTT, LLLL *
- Primo novecento, T, LL
- La Brisa, T, LL
- Al Tronco, T, LL
- Peck-Cracco, TTT, LLLLL
- Innocenti Evasioni, TT, LLL
- Piero e Pia, T, LL
Fuori Milano
- Della Commenda, a Morimondo (Mi) - TT, LL
La stagione 2002 si presenta ricca di cambiamenti e
riteniamo FONDAMENTALE una revisione in settembre dello stato di apertura e
chiusura dei ristoranti su cui deve essere prestata grande attenzione. Mi
riferisco particolarmente alla città dove sono in corso operazioni di
cessioni e acquisizioni importanti come è già avvenuto per il 2001.
Premesso questo, manterremo aggiornato il sito RISTORANTI
presso <www.oliopepesale.com> della nostra Delegazione.
Richiamiamo la quasi nulla collaborazione della Delegazione
di Milano, e quella poco solerte della maggior parte dei nostri
accademici, sia in fase di critica "distruttiva" che costruttiva.
La città richiede molta più attenzione e sforzi di quanti le sono
dedicati, soprattutto in tempi di transizione come oggi.
Pertanto il lavoro di riconciliazione con le esperienze
della Guida 2002 non potrà seguire le procedure previste dal coordinamento
e si dovrà basare su una applicazione delle informazioni raccolte e a volte
ricercate e date caso per caso.
Come lo scorso anno non sono, come delegato, in grado di
fare nessun accertamento sui numeri telefonici, ma non abbiamo mancato di
segnalare alcuni errori o anomalie da controllare che provengono da
difficoltà dei nostri accademici che sono sempre sollecitati a comunicare.
Premesso quanto sopra, al meglio delle informazioni
integrabili con quanto contenuto anche nelle singole schede edite in
<www.oliopepesale.com> che possono essere utilizzare per quanto di
utilità, comprese le indicazioni di ubicazione sulla mappa di corredo -
alcune indicazioni su quella di Mondadori di Milano risultano scorrettamente
riportate - ho trasmesso quanto siamo in grado di mettere a disposizione del
coordinamento Guida e - ribadisco - ritengo indispensabile verificare le
bozze a settembre/ottobre prima della edizione definitiva.
Non è nel nostro stile proteggerci con delle scusanti,
ma la gestione di questo tema in una citta come Milano con i costi che
comporta non è piu praticabile per una sola delegazione senza la
collaborazione totale degli accademici e delle altre delegazioni che hanno l’opportunità
di visitare i ristoranti della citta. Per ragioni di schiettezza e di
trasparenza occorre che il problema venga opportunamente affrontato senza
che si affaccino soluzioni di tagli a sproposito e di disinformazione come
era avvenuto nel 1996.
La nostra delegazione, Milano Internazionale, si pone al
servizio della società e della ristorazione milanese ma ha il deciso
bisogno di ricorrere a mezzi moderni di comunicazione e di collaborazione
con la ristorazione, di una segreteria operativa centrale che copra le
verifiche di ruotine (indirizzi, variazioni di proprietà e o di gestione)
oggi non permessi dalle decisioni operative del comitato di coordinamento
competente nemmeno a iniziative di delegazione.
Per ragioni di confidenzialità, non anticipo i locali
che verranno esclusi nella prossima edizione.
Dall’Albergo Roma, ristorante di Tolmezzo...
Ricevo tramite l’amico Barbera e ripubblico questa
simpatica versione promozionale in vernacolo.
Merita la segnalazione e l’appagamento della automatica
curiosità di imparare qualcosa di più sulle loro tradizioni. Non lo trovo
in Guida. Capita. La traduzione è di Nicola.
_Albergo - Ristorante "ROMA" di Tolmezzo (Ud)
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Gustâ da Filologiche
Tumiè_c, il 30 setembar dal 1923 |
Pranzo della Filologica
Tolmezzo, 30 settembre 1923
|
Interpretazione libera
Tolmezzo, 30 settembre 1923 |
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Cialsons ta zumiele
Sore il sûf, sore i çialsòns
su patatis, macaròns,
bevèit aghe, no vin sclet
par pocé gioldi l’esièt.
Ciamòz cu la polente
Sul ciamòz, picant salât,
a-i-oress un quart t’un fiàt,
ma però salvait, amîs,
stomi e panze par i fîcs.
Formadi di mont e scuele fumade
Sevi il zuzz, sèvin lis siôris
clàmin vin, a no son stóriis;
ma pazienze, a ogni cost.
Vèso scit? Beveit dal most!
Pomis di Marc Covass - Sioris - Most di Liussûl - Vin di Damâr
E cimò no l’è plui màl
dai vore ançe a un bocàl:
scommenzàit planchìn, planchìn,
vecarés po’ senze fin.
Stropàit prime ogni fessure,
(ma adasin, cun ogni cure)
che nt’al stomi fra i bocons
foss restade, dai çialsòns.
Dopo fate la so fonde
no l’è mai bevût avonde;
sore un jett batût a strent
al pò cori un Tjament. |
Agnolotti alla misura
Sopra la farinata, sopra gli agnolotti
sulle patate e maccheroni
bevete acqua, non vino schietto
per poter goder l'effetto.
Camoscio con la polenta
Sul camoscio piccante e salato
ci vorrebbe in quarto in un fiato
ma però salvate, amici,
stomaco e pancia per i fichi.
Formaggio di monte e scodella fumante
Sappia la farinata, sappiano le signore
chiamiamo vino, non sono storie,
ma pazienza, ad ogni costo.
Avete inteso? Bevete del mosto.
Mele di Marco Covass - Signore - Mosto di Liussûl - Vino di Damâr
E adesso non è più male
dar da lavorare anche a un boccale:
cominciate pian pianino
poi berrete senza fine.
Otturate prima ogni fessura
(ma adagino con ogni cura)
che nello stomaco tra i bocconi
non fossero restati degli agnolotti.
Dopo fatto il suo fondo
non si è mai bevuto abbastanza;
sopra un letto battuto stretto
può scorrere un Tagliamento. |
Agnolotti tristi
Con focacce, con cialzoni,
con patate e maccheroni,
bevi acqua, non vino schietto
per goder inter l'effetto...
Camoscio allegro
Con camoscio al sal, pepato,
bevi un quarto tutto d'un fiato!
Ma, amico, tieni anche posto
per fichi, in stomaco tosto!
Formaggio mesto
Sappian la focaccia e le signore
che al vin si fa sempre onore,
con pazienza, ad ogni costo.
Bevete pure mosto!
Mesccolone furlano s
ta col boccale alla mano
E’ ora: datti da fare
e lascia il boccale a lavorare:
pian pianino cominciare,
poi per sempre continuare...
Tappa prima ogni fessura
(adagino, con ogni cura)
ch’è restata tra i bocconi
per il gusto dei cialzoni.
Dato fondo al ber con lena
al fin non manca del vin la pena:
sotto il letto, senza lamento,
scorre anche il Tagliamento...
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Cracco-Peck,
da A.B.
Uno stringato commento su Cracco: ci sono andata a
febbraio. Arredamento e servizio super. Cucine da visitare per le
attrezzature straordinariamente tecnologiche, avanzatissime. Molto personale,
tutto molto attento. Ottima accoglienza nel bar con una buona coppa di
spumante. Lista dei vini esagerata: un volume che sembra... le pagine gialle.
Facile, se c’è alle spalle l'enoteca di Peck: ma il sommelier ha subito
obiettato essere tutta farina del suo sacco...
Due menu degustazione:
uno classico milanese lombardo, 150.000, l'altro creativo
180.000, senza vini.
Li abbiamo sperimentati tutti e due. Alcune portate molto
valide: risotto, una gelatina di sedano, i dessert, la cottura del pesce
perfetta.
Meno entusiasmante la cotoletta, presentata con l'osso, ma
molto alta e piccola, il contrario della classica orecchia d’elefante di
ben nota memoria.
Onestamente avrei ben poco da obiettare, ma non è il mio
genere preferito; cioè sono lieta di averlo provato, ma non ci tornerei
troppo spesso. Non mi pare che trasmetta emozioni straordinarie.
Cracco è molto simpatico e ospitale.
Nota. Ho programmato possibilmente per l’autunno una
conviviale di rivisitazione. Ho raccolto altre esperienze di amici, di
giornalisti e di visitatori. Seppure l’osservazione sulla
"costoletta" mi faccia invece piacere e la trovo assolutamente
conforme alla denominazione di un menu tradizionalmente lombardo, non
masturbato da invezioni in cui si perde l’apporto della qualità della
carne selezionata ma si raggiunge la quantità di "cotolette" a
"orecchia di elefante" di varia origine mitteleuropea, in genere
piacevoli ma non confrontabili con i succhi trattenuti dall’interfaccia
della "costoletta" di Milano che richiede solo burro di ottima
qualità, dicevo che queste esperienze hanno destato una curiosità che
desiderei condividere con gli accademici in una serata particolare.
Forse a fine novembre.
Sempre da A.B.
Aggiungo per tua curiosità
Nobu: menu degustazione 150.000. Vale senz'altro una
visita.
Il livello della cucina è davvero molto alto, con tocchi
originali. Non è il solito giapponese, e soprattutto non è solo sushi/sashimi.
Sono bocconcini di grande varieta, carne compresa, con presentazione
straordinaria, che non va a discapito del gusto, anzi!
Meno entusiasta dell'arredamento: molto freddo e poco
personale.
Ma forse qui c'e lo zampino di Armani, effettivo padrone
di casa.
Avrei voglia di parlarti di Bulli: ci sono andata
ai primi di maggio. Quella si è un'esperienza indimenticabile, pur essendo
al di fuori di ogni regola.
A voi, lettori, qualche riga... per il prossimo tam...tam...
L’Agricoltura Lombarda nel XX secolo
Edito dalla Società Italiana degli Agricoltori (Presidente
Senatore A. Diana) e Società Agraria di Lombardia (Presidente Dr.
Cesare Cantù)
Il libro rappresenta la sintesi di una iniziativa di un
progetto per la ricostruzione di una strategia agricola italiana, carente di
obiettivi e piani negli ultimi 8 anni.
Si tratta di 800 pagine di testi, documenti e fotografie
che rappresentano il passato e il presente della situazione agricola della
regione lombarda, capace ancora di rappresentare il 10% della produzione
agricola nazionale in valore, ma oltre al 40% del latte e corrispondentemente
dell’allevamento bovino e una notevole partecipazione di elevata qualità
all’allevamento suino sopperendo in tale modo, ma solo parzialmente, al
mutamento di costume alimentare che è passato da una alimentazione a base di
contenuto proteico da cereali alle proteine nobili da carni.
Sta per essere costruito un piano di sviluppo rurale
regionale per il periodo dal 2002 al 2006. Anche la regione Lombardia è
molto attenta al comparto e ne favorisce lo sviluppo. Sulla linea del
precedente assessore on. Fiori prosegue con la stessa strategia l’attività
dell’assessore Beccalossi che ha tracciato con vivace partecipazione
personale obiettivi e impegni.
Supporto della formazione, istruzione, riunioni con
esperti di vari settori per sessioni di brain storming costruttive, non
permettono che l’agricoltura sia considerata la "Cenerentola"
dell’interesse delle autorità e della politica. Lavorare bene e meglio
pare essere ritornato un motivo dominante dell’interessamento pubblico,
almeno per la Lombardia.
L’on. Fiori, deputato a Strasburgo, richiama una
esperienza diretta dal 1977: c’è bisogno di competenza e della necessità
che Bruxelles riaggiorni temi e concetti strategici passando dagli slogan ai
contenuti: auspica un ritorno alla politica dei redditi agricoli e all’adeguamento
dei prezzi per il mantenimento di competitività anche per le grandi
commodities. Fondamentale per il comparto agricolo padano il settore del
riso.
Il Presidente della Società Agraria di Lombardia ha
presentato lo scenario dell’agricoltura nel ventesimo secolo caratterizzato
da fattori economici importantissimi di mutazione. I concimi sono passati da
10 a 130 kg per ettaro e solo negli ultimi tempi si è preso coscienza della
inderogabilità di ricostruire l’ambiente, la biodiversità, riscoprire
procedimenti di coltivazione tradizionali naturali. Oggi caratterizzano l’
agricoltura poche attività di commodities e molte di nicchia. Ci sono
numerosi punti di debolezza, ma vale comunque sempre il principio conclamato
dal Colummella: conoscenza della materia, disponibilità a investire;
rispetto della natura. Questo secondo Cantù è il vecchio e nuovo principio
guida per un successo.
Biancardi, Presidente della Federlombarda agricoltori
sostiene la necessità di passare alla costruzione di "scenari del
settore" per costruire una Strategia, differentemente da quanto
è stato fino ad oggi con l’interesse a soli scenari parziali lasciando che
ciascuno sviluppasse la propria strategia. La Regione Lombardia si
caratterizza per pochi progetti ma affrontati seriamente. Le nuove esigenze
della globalizzazione e della nutrizione nella sicurezza e salubrità devono
tenere conto della necessità di organizzazione e di investimenti nella
tracciabilità dei prodotti, nella etichettatura, attraverso una stretta
collaborazione tra industria e consumatori, produzione e mercato.
Non si possono subire senza difesa interventi discutibili
come alcuni casi di imposizioni: alla riunione in cui è stato deciso l’abbattimento
di 66.000 capi di bovini, nessuno dei nostri rappresentanti era quella
mattina a Bruxelles: trentatremiliardi da buttare per correre ai ripari della
mucca pazza...
Occorre che la burocrazia non perda il passo. Purtroppo lo
ha già perso, ma deve ricuperare. Se non ne è capace va pensato all’uso
di servizi di outsourcing...
PS. Not a bad idea..., basta che siano competenti e non inventati
per la circostanza, col riciclaggio della burocrazia....
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